Monza-Salernitana, la maledetta finale del 2014.
Lega Pro Seconda Divisione, stagione 2013-14. Questo era il nome di quella che ai più sovviene come “Serie C2”, categoria ormai estinta che stava vivendo il suo ultimo anno di gloria.
Sì, era una stagione molto particolare, perché dall’anno dopo si sarebbe passati alla Serie C unica. Dentro o fuori, quindi: le prime 9 classificate partecipavano alla Serie C dell’anno successivo, mentre tutte le altre si trovavano condannate al calcio dilettantistico.
Il Monza si presentava con una rosa solida, che mescolava esperienza e gioventù. Il fuoriclasse Gasbarroni, reduce da una stagione strepitosa, per qualche acciacco fisico non era più infermabile come l’anno precedente ma faceva comunque la differenza in queste categorie.
Il puntero, nostro capocannoniere, era il samurai, Davide Sinigaglia: capelli lunghi legati in un codino e attitudine alla giocata acrobatica che facevano sognare i pochi irriducibili del Brianteo.
E poi un ottimo centrocampo, con l’idolo Valagussa, l’esperto Allegretti in regia, specialista delle punizioni dal piede fatato e una difesa finalmente solida con l’arcigno Briganti. Senza dimenticare il giovane Alessio “Alexis” Vita, il capitano Marco Anghileri, “il Maldini della Brianza” e l’affidabile Paolo Castelli in porta.
Comitiva guidata dal confermato ed amatissimo Antonino Asta, allenatore di grande grinta. Sono sicuro che a chi c’era in quegli anni al Brianteo, leggendo questi nomi, sia venuta la pelle d’oca.
Insomma, tutto sembrava presagire ad una stagione tranquilla, con l’obiettivo Serie C più che raggiungibile.
Ma la storia del Monza, si sa, è legata a doppio filo con la Coppa Italia di Serie C, competizione in cui abbiamo storicamente brillato. È nel nostro DNA. Usciti dalla “mamma” Coppa Italia maggiore a testa alta contro l’Avellino di serie B, con due rocambolesche vittorie giungemmo alla fase a gironi della Coppa Italia Lega Pro.
E così, forse inaspettatamente, il Monza si trovò a dover combattere su più fronti. Il campionato però, con quella particolarissima struttura dentro o fuori, era troppo importante: nelle partite di Coppa si dovette quindi fare un grande turnover, ed ebbero l’occasione di brillare una serie di giocatori che sembravano destinati a scaldare la panchina.
Tra gli altri, ricordo con affetto Finotto, Laraia, Ravasi, Candido, ed il mio preferito: Alex Fisher, prima punta inglese dalla tecnica non eccelsa ma dal grande cuore. Con Sinigaglia ed il leggendario Caio De Cenco (DC9) che si alternavano come attaccante centrale in campionato, Fisher sembrava destinato a marcire in panchina. Si ritrovò invece idolo di una piccola ma appassionata tifoseria che gli dedicò persino un coro. Quel “BIG FISH BIG FISH BIG FISH” mi risuona ancora in mente come un mantra nei momenti meno opportuni.
La Coppa Italia di Serie C, è giusto specificarlo, all’epoca comprendeva squadre della Lega Pro sia di Seconda che di Prima divisione. Dovevamo quindi affrontare squadre di una categoria superiore, giocando con i panchinari. Non è difficile immaginare le poche speranze che riponevano i tifosi in questa competizione.
Nonostante ciò, nell’incredulità generale, le nostre seconde linee fecero terra bruciata ai gironi: 3-0 all’Entella, 0-3 al Vicenza e primo posto assicurato. Semifinale quindi con la Cremonese, squadra di alta classifica della prima divisione. I tifosi erano già pronti ad applaudire i nostri volenterosi eroi del “Monza B”, che sarebbero stati inevitabilmente maciullati da una temibile squadra di categoria superiore.
Ma proprio in questo contesto avvenne il miracolo: con un capolavoro di mister Asta, il Monza vinse per 2 reti a 1 sia nella partita di andata a Cremona che in quella di ritorno al Brianteo. Tifosi in estasi: il Monza dei panchinari si era imposto ben due volte contro una squadra nettamente più forte sulla carta, vincendo e convincendo.

Questo significava una sola cosa: Finale contro la Salernitana. L’intera città era in fermento: finalmente tutti parlavano del Monza, non solo quei 150 fedelissimi. Un contesto per l’epoca tanto surreale quanto euforico ed emozionante.
Nel frattempo però, l’obiettivo principale della stagione restava il campionato. Una posizione in classifica ancora non solidissima non permetteva di presentarsi alla finale di andata con i titolari. Fu così allora che il 19 marzo 2014, davanti a un eccezionale pubblico di 3.520 persone, al Brianteo scesero in campo ancora una volta loro. Gli eroi del “Monza B”, quei panchinari che erano entrati a piedi pari nella storia del club.
La partita fu tesa, ci furono tante occasioni da entrambi i lati, col Monza che sfiorò il gol più volte. Contro la corazzata Salernitana, figlia della pianificazione (e dei soldi) della presidenza Lotito, la squadra lottò stoicamente. Al minuto 94 però, proprio quando ci si stava già per rallegrare di un pareggio insperato, ecco che il solito destino maledetto dei bagaj decise di cambiare le cose: tiro disperato da fuori area dei campani, ribattuta di Castelli che non riesce a trattenere e palla che finisce proprio lì, tra i piedi dell’ex Monza Ricci: 0-1 e silenzio al Brianteo.
Quasi un mese dopo, il 16 Aprile, la situazione in vista della finale di ritorno a Salerno era cambiata. Il Monza era ormai matematicamente nei primi 9 in campionato, quindi all’Arechi potevano finalmente scendere in campo i titolari.
Si respirava l’aria da grande evento, a cui la città non era abituata: partita in diretta su Rai sport, trasmessa anche su un maxi schermo installato in piazza Garibaldi. Era l’ultima occasione, quella per far vedere di che pasta fosse fatta la squadra di Asta, quella per giocarsi il tutto per tutto.
E così fu: Il Monza, con Gasbarroni, Sinigaglia, Vita e tutta la ciurma fece una partita propositiva, spingendo e mettendo alle corde la Salernitana. E all’undicesimo minuto del secondo tempo ecco che arrivò il tanto atteso gol: palla raccolta in area da Sinigaglia, che di sinistro serve perfettamente Caio de Cenco che non può sbagliare ed esplode in una esultanza scomposta sotto la curva del settore ospiti.
Stavamo sfiorando il paradiso.
Ma il paradiso, si sa, non ha mai visto di buon occhio i colori biancorossi. Ancora una volta negli ultimi minuti, quando fa più male, dopo una partita in cui il Monza apparse sempre in controllo, arrivò il fulmine a ciel sereno: gran tiro al volo di Volpe da 30 metri, che finisce proprio lì dove Castelli non può arrivare. Uno di quei gol che “non lo rifà neanche in allenamento”, ma intanto il trofeo se lo portò a casa la squadra di Lotito.
Giusto così, pensarono i tifosi per consolarsi, erano più forti loro. Ma noi sappiamo quanto ce la saremmo meritata quella coppa.
Quella squadra dal sapore provinciale che non molla mai, quel Monza B dei miracoli, l’armata di Asta… sono dei veri eroi che non possono essere dimenticati. Ed è per questo che ho voluto raccontare questa storia. Per far riemergere le emozioni di quella squadra a chi l’ha vissuta, e per farla scoprire ai tanti tifosi che si sono aggregati durante l’epoca Fininvest.
Quella sera abbiamo perso una coppa, ma è nata una leggenda. La grande cavalcata del Monza resterà per sempre nella storia del calcio provinciale.
